24Settembre2017

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La famiglia Trentin

Una famiglia speciale, i Trentin, che ha fatto dell’antifascismo, della libertà, del pensiero critico, spesso controcorrente, una scelta di vita, pagata con prezzi altissimi, dalla perdita di una posizione sociale, all’esilio, al carcere. Per questo l’obiettivo principale del Centro documentazione e ricerca Trentin – ribadito all’atto dell’inaugurazione, il 29 settembre 2012, dal presidente Iveser Mario Isnenghi e da Guglielmo Epifani, membro del Comitato scientifico del Centro e presidente dell’Associazione Bruno Trentin, tra i soggetti promotori del Centro stesso – è di “tenere assieme” la memoria, gli archivi, la ricerca di biografie di persone che appartengono tutte alla stessa famiglia, “una delle grandi famiglie borghesi del Novecento italiano”. Un padre e una madre, tre figli, che hanno svolto un ruolo attivo nella Resistenza in Italia e all’estero. E che dopo la morte del padre e la fine della guerra non abbandonano i valori di quella battaglia: i figli infatti li porteranno avanti con un apporto sempre originale e di primo piano nel mondo sindacale, accademico, e della critica dell’arte, influenzando la cultura e la politica del Veneto e del Paese (leggi gli interventi di Mario Isnenghi e Guglielmo Epifani all'inaugurazione del Centro, il 29 settembre 2012)

L’intransigenza morale è il principale insegnamento che Silvio trasmette a tutti e tre i figli, la «radicale incapacità di separare l’etica della politica dalla propria morale quotidiana», come dirà Bruno Trentin nella lectio magistralis alla laurea honoris causa a Ca’ Foscari nel 2002 (leggi).

La storia dell’intera famiglia, e le storie, private e pubbliche, dei singoli componenti, sono dominate dal tema della “scelta”. Le “scelte” del padre Silvio – innanzitutto quella dell’esilio in Francia, dalla fine di gennaio del 1926 ai primi di settembre del 1943 – hanno non solo determinato le vicende di ognuno di loro, ma hanno rappresentato il modello, la Weltanschauung che ha contrassegnato le convinzioni morali e intellettuali di ciascuno e connotato anche il loro modo di valutare e agire nei singoli ambiti culturali e professionali in cui le loro vite si sono svolte (sul tema della scelta come nucleo forte dell’eredità trentiniana leggi Fulvio Cortese, Giorgio Trentin e la sua proposta: una questione di scelte, in Incidere incidere incidere. Giorgio Trentin tra etica dell'arte e impegno politico, Atti del Convegno dedicato a Giorgio Trentin, 11 dicembre 2013)

 

La storia di una famiglia

Silvio Trentin, docente universitario e giurista affermato, sposa nel 1916 Beppa Nardari, figlia del direttore e proprietario del prestigioso Collegio omonimo di Treviso. Silvio da interventista democratico partecipa, come volontario, alla prima guerra mondiale distinguendosi in azioni di grande coraggio. Nel luglio del 1917 nasce il primogenito Giorgio.

Nell’ottobre del 1919 è eletto deputato e nel dicembre dello stesso anno nasce la figlia Franca. Nel 1921 è sconfitto alle elezioni politiche. Le intimidazioni fasciste nei suoi confronti si intensificano nel ’23 quando, dall’Università di Macerata, passa ad insegnare Istituzioni di diritto pubblico all’Istituto Superiore di Commercio Ca’ Foscari di Venezia.

Nel gennaio del 1926, in seguito al Decreto-Legge n.2300 che obbliga tutti i funzionari statali all’obbedienza anche intellettuale e scientifica al regime fascista, Silvio decide di dare le dimissioni da docente e di espatriare in Francia con tutta la famiglia. Nel dicembre successivo nasce il terzogenito Bruno.

Silvio si dedica inizialmente ad un’impresa agricola che presto fallisce. Nel 1929 i Trentin si trasferiscono in un modesto appartamento nella cittadina di Auch, dove Silvio trova un lavoro come operaio in una tipografia, un’esperienza decisiva per l’evoluzione delle sue idee. Beppa e i figli accettano le privazioni con orgoglio, anche perché sono testimoni della doppia vita di Silvio: operaio di giorno, attivista politico la sera (dal ’29 è esponente di rilievo del movimento “Giustizia e Libertà”), di notte studia, redige importanti opere giuridiche e di analisi storica e politica.

Nel 1934 Silvio viene licenziato dalla tipografia, e la famiglia si ritrova in gravi condizioni economiche. Beppa torna a Treviso a cercare aiuti tra parenti e amici per acquistare una piccola libreria a Tolosa. Nel ’35 si trasferiscono in città. La libreria, benché minuscola, diventa in poco tempo il luogo di ritrovo di professori, avvocati, magistrati, politici antifascisti. È Beppa a gestire le finanze, l’organizzazione della casa, l’economia famigliare. La libreria non produce molto reddito, e quindi Beppa lavora con traduzioni e lezioni private d’italiano.

Intanto i figli crescono. Giorgio scopre nella libreria del padre le incisioni di Dürer: l’arte incisoria diventerà la passione di tutta la sua vita. Franca è la figlia modello, eccellente a scuola, la pupilla del padre, docile e ubbidiente, finché non scopre il suo diritto alla libertà, all’autodeterminazione, come donna, che rivendicherà con forza.

Nel 1936 la guerra di Spagna coinvolge tutta la famiglia e sarà una tappa decisiva nella formazione politica dei figli Trentin, nella visione “internazionale” delle cose che accompagnerà sempre ognuno di loro, nei distinti percorsi umani e professionali. Tolosa era una città di passaggio obbligato per chi andava o veniva dal fronte spagnolo. La libreria e la casa Trentin diventano il centro di smistamento dei volontari dalle diverse nazionalità e lingue, di spedizione di armi, una sorta d’ambasciata per i collegamenti internazionali. Proprio grazie alla guerra di Spagna, i tre giovani Trentin maturano la volontà di aderire alla stessa battaglia del padre. Dopo la sconfitta la libreria e la casa ridiventano mesti luoghi di passaggio all’incontrario. Arrivano anche gli esuli spagnoli in fuga da Franco, che Beppa con i figli assiste nei campi profughi.

Dal ’36 in poi è un continuo crescendo di fatti ed esperienze dolorose che compattano sempre più la famiglia. L’assassinio dei fratelli Rosselli il 9 giugno ’37 è vissuto come un lutto famigliare, oltre che come grande perdita politica.

Con lo scoppio della guerra la famiglia è coinvolta nelle iniziative di Silvio per organizzare la resistenza e la rete di collegamento tra servizi inglesi e resistenti francesi. Provvedono all’ospitalità di molti esuli italiani tra cui Emilio e Joyce Lussu e l’ex primo ministro Francesco Saverio Nitti con la moglie. In libreria ci sono continue riunioni con gli antifascisti tolosani, e nello scantinato si nascondono agenti inglesi.

Quando nel 1941 Silvio fonda il movimento Libérer et Fédérer (è il capo militare della formazione, in contatto con rappresentanti dell’esercito clandestino) coinvolge fattivamente Giorgio e Franca (Bruno è intanto impegnato con il suo gruppo di liceali anarchici). Nel novembre del ’42, con l’occupazione tedesca di tutta la Francia, Silvio è costretto a passare in clandestinità. Poche settimane dopo Bruno è arrestato con alcuni suoi compagni, sottoposto ad un duro interrogatorio e messo in carcere.

Dopo il 25 luglio del ’43 Silvio chiede esplicitamente ai due figli maschi di rientrare con lui in Italia per la lotta decisiva contro il fascismo. I due ragazzi lo accompagnano nel tentativo del passaggio dei Pirenei, poi fallito per un attacco di cuore di Silvio. Rientrano in Italia ai primi di settembre in treno, assieme a Beppa, allorché il governo Badoglio rilascia i passaporti agli esuli; a Tolosa rimane solo Franca, l’unica naturalizzata francese della famiglia. Dall’arrivo in settembre fino alla malattia e alla morte di Silvio, Bruno e Giorgio sono sempre a fianco del padre nell’organizzazione della Resistenza veneta. Nei giorni successivi all’8 settembre Bruno inizia a scrivere il Journal de guerre, il suo diario di guerra, nella sua lingua madre, il francese. Silvio si fa accompagnare da Bruno, non ancora diciassettenne, nella sua frenetica attività di incontri clandestini. Questa esperienza segnerà per sempre la vita di Bruno, che fino allora aveva cercato di condurre una sua autonoma battaglia per la libertà, in competizione con il padre.

Il 19 novembre 1943 padre e figlio sono arrestati dalla polizia fascista. Dopo la scarcerazione Silvio è ricoverato in ospedale, assistito quotidianamente da moglie e figli ai quali detta gli ultimi appunti, gli appelli, la bozza di costituzione per il nuovo Stato italiano. Muore il 12 marzo 1944, con la famiglia stretta attorno a lui. Le esequie – un carro solitario per le vie deserte di San Donà, per ordine delle autorità fasciste, seguito dal piccolissimo corteo, Beppa abbracciata a Giorgio e Bruno, accompagnati dal solo amico Camillo Matter – sono l’immagine di questo gruppo famigliare coeso e forte.

Dopo la morte di Silvio, Giorgio e Bruno si gettano immediatamente nella lotta. Durante i mesi estivi del 1944 Bruno partecipa alla resistenza nelle Prealpi trevigiane. Giorgio resta nelle formazioni di pianura, aggregato alle forze GL collegate alla Brigata “Mameli” di Treviso. In ottobre ’44 Bruno, non ancora diciottenne, viene destinato al Comando regionale lombardo. A Milano diventa un gappista determinato, temerario. È tra i dirigenti dell’insurrezione di Milano. Diventa responsabile nazionale della Gioventù d’azione, l’organizzazione giovanile del PdA, portandovi lo spirito critico combattivo – contro il provincialismo e il moderatismo – dei Trentin.

Intanto Franca continua la sua attività di staffetta nella Resistenza tolosana, fino alla liberazione della città. Riuscirà a riabbracciare la famiglia solo nell’estate del ’45.

Dopo la Liberazione Beppa, tornata nella sua casa di Treviso, si mette subito a disposizione del Cln. Diventa Presidente dell’ Ufficio Assistenza Rimpatriati dalla Germania. È tra le fondatrici dell’UDI. Dal’49 fino alla morte (1967) vive a Venezia.

Giorgio nel biennio 1946-48 è segretario del Fronte della Gioventù a Treviso, segretario dell’ANPI e dirige il Partito d’Azione locale. Dal 1949 vive anche lui a Venezia, attivo nelle associazioni partigiane (Anpi e Anppia) e come critico d’arte e organizzatore culturale soprattutto nell’ambito dell’arte incisoria.

Bruno partecipa al dibattito politico interno al Partito d’Azione fino al suo scioglimento e, dopo la laurea a Padova, nel 1949 entra nell’Ufficio studi della Cgil: da lì inizierà la sua vita tutta spesa “al servizio della classe lavoratrice”, come amava dire. È stato segretario generale della Fiom e della Cgil.

Franca rimane in Francia, docente universitaria alla Sorbona, fino al 1966, allorché si trasferisce con il secondo marito, Mario Baratto, a Venezia, dove insegna in qualità di lettrice di lingua e letteratura francese all’Università di Ca’Foscari, continuando fino alla morte nel suo impegno politico e civile di “intellettuale militante”, fondatrice di varie associazioni culturali e promotrice di molte iniziative, soprattutto legate al movimento delle donne e all’antifascismo.

Vedi l'albero genealogico della famiglia.

Leggi: Luisa Bellina, Il contesto famigliare nell’esperienza di vita di Silvio Trentin, in Pensare un’altra Italia. Il progetto politico di Silvio Trentin, Istresco-Iveser, 2012.